Testimonianze

Raissa

Gennaio 2018

Il nuovo campo di Diavata è diverso da Derveni, molto diverso: i bambini, le donne, i padri, i minori…. un po’ di tutto insomma.
I bambini sono sfiancanti, ti cercano di continuo, vogliono giocare a tutti i costi, non sempre sono facili da gestire. Le differenti età e culture spesso giocano un ruolo fondamentale per l attività proposta che non sempre si riesce a portare a termine. All’inizio ero demotivata, non ci volevo giocare con i bambini non sapevo come fare…eppure dopo un paio di giorni è cambiato qualcosa. Ci aspettavano, ci venivano ad abbracciare, ci inzigavano ma poi ringraziavano. Ho visto un paio di bambini che erano sempre gli stessi ma anche facce nuove che sbucavano dai caravan e poi uscivano. Bambini che non parlavano ma dopo pochi giorni si aprivano con noi, bambini che dopo 3 giorni cantavano perfettamente il giro giro tondo. Una gioia immensa quindi!
Vogliamo parlare delle donne?
Abbiamo proposto un atelier Spa solo per loro: ceretta, capelli, sopracciglia e cura viso. Abbiamo depilato quasi 7 ore non stop Per 2 domeniche, tagliato capelli che non si tagliavano da 3 anni, fatto rinascere gambe nascoste da un ammasso di peli che evito di commentare, ascelle, piedi, braccia….
Ho visto una luce negli occhi di queste donne e ragazze che non vedevo da molto! Abbiamo avuto l opportunità di avere un privilegio che in pochi hanno. Quest’ attività ci ha permesso di farci conoscere all’ interno del campo anche da loro. Certe donne, quando andavamo in giro a “pubblicizzare” la Spa ci chiedevamo “Ma chi siete? Devo pagare? Perché lo fate?” Rispondere a queste domande è stato divertente perché non si aspettavano che qlc fosse lì per loro e gratis. Dopo queste due giornate ho dovuto bere credo 20 The e mangiato non so quante torte ma ne è valsa la pena.
Poi ci sono gli uomini… quei padri di famiglia in pensiero per i propri figli, quelli che si mettono la mano sul cuore per ringraziarti, quelli che ridono e scherzano con te malgrado tutto.
Abbiamo avuto modo di essere massacrate a pallavolo da un gruppo di yazidi, ragazze e ragazzi. Un appuntamento fisso ormai per il QRT. giocare con loro è stato un modo per far capire che siamo lì anche per far ridere e “rilassare”, per fare due chiacchere, per creare giochi nuovi o semplicemente conoscersi.
Giocare con le loro regole e poi mischiarle alle nostre, parlare senza sapere la loro o la nostra lingua, ridere tutti assieme… be fantastico. Oltre a questo ci siamo occupati di dare un po’ di colore alla scuola pitturando scale e muri.
Nelle ultime settimane e nelle mie quasi 3, sono state gettate le basi del QRT, basi che devono essere solide e durature, basi nella quale noi crediamo. Ora sono di nuovo a casa, ma sempre più convinta che quanto fatto giù sia semplicemente straordinario.
Quindi pronti a fare parte di tutto questo?

Laura

Febbraio 2018

L’arrivo

Sono accolta da una donna con le braccia aperte, Welcome my friend, un invito a prendere un caffè. Dolce, profumato al cardamomo. Quattro figli, il più piccolo di due anni e mezzo nato nel campo. Qui i container ci sono solo da novembre 2017, vuol dire che prima abitavano in una tenda. Lei non parla inglese, io non parlo arabo. Ma comunichiamo. Mi mostra le foto delle sue tre nipoti, ne indica una. Con i palmi uniti appoggiati alla guancia inclina la testa, per noi il gesto di chi va a dormire, per loro di chi non c’è più. Mima aeroplani e bombe, i fratelli, i parenti, con le loro famiglie sono in Siria.

Il piccolo ha la febbre, gli porteremo dello sciroppo.

Altri ragazzi del team hanno sentito storie di fughe, torture, tentati suicidi.

Mi chiedo perché io ho potuto prendere un volo per essere qui e tu hai dovuto attraversare Pakistan, Afghanistan, Iraq, Siria, Turchia a piedi, con i tuoi bambini, per salvare la tua famiglia dai bombardamenti e attentati che i media ci raccontano attraverso la sicurezza dei nostri schermi.

Dopo una settimana ho visto un terzo campo, Alexandria, 300 persone a 30 minuti da Salonicco. Questo è disarmante. Un edificio nuovo suddiviso in appartamenti è pronto per essere abitato dalle persone che ora stanno in isobox grandi forse la metà di quelli di Diavatá. Molti container al loro esterno hanno un’anticamera, una tendina, un piccolo recinto, un orticello, il più lussuoso ha una veranda. Tutto naturalmente costruito con materiali di fortuna. È appena piovuto, il suolo è ancora fangoso. Incrociamo persone in ciabatte che vanno a lavare le stoviglie all’enorme lavabo d’acciaio in comune.

Presto andranno negli appartamenti, mi viene spiegato che soffriranno di claustrofobia, non avendo più a disposizione nemmeno quel piccolo spazio esterno che ognuno a modo suo si era personalizzato. 

Qui prendo consapevolezza del lavoro che stiamo svolgendo, qui dove non c’è nessuna delle attenzioni portate altrove. La tensione è palpabile nelle poche persone che incrociamo. Preferivano il campo di Derveni, dove abitavano nelle tende piantate in enormi hangar.

Ce ne andiamo con la promessa di tornare con occhiali e verdura fresca. Scopro poi dopo che la verdura non si è potuta distribuire per un minuscolo dettaglio burocratico.

Saluto il muro di mattoni grigi che vedo già dipinto di mille colori fiori mandala.

No so dire in italiano la sensazione: overwhealming. Comincia a scavare, lo sconforto arriva dopo un paio d’ore. La campana di vetro è tolta ma mi sento sempre protetta.

Sono le 7:30, sveglia da mezz’ora. Ho già pianto una volta all’idea di partire domani, e altre due al pensiero di spiegarlo alle mie coinquiline adorabili.

Il giorno della partenza, certa di portarmi questa malinconia del giorno prima, succede invece che mi sento carica di energia e di affetto. Normalmente non dovremmo andare al campo ma siccome partiamo tardi abbiamo tempo per trascorrere lì l’ultima mezza giornata. Sono un diesel, comincio a preparare un mandala da far dipingere alle ragazze del campo. Una bambina prende il telefono e mette su Habibti mnin. Molti mi si avvicinano per vedere cosa sto facendo, li informo che sto per andare. Where do you go? Home, in Suiza. And why? Why don’t you stay here? Family. Posso solo rispondere Family.

Non mi sento in pace a darti questa giustificazione a te che sei incastrata in questo limbo per mesi o anni in attesa di raggiungere la tua family.

La coinquilina che è rimasta mi manderà la foto del mandala finito vibrante di mille colori.

Francesca

Maggio 2018

Quella al campo di Diavata non è stata la mia prima esperienza di volontariato all’estero, ma di certo è stata la più intensa a livello umano. Sono arrivata in Grecia in un momento critico, in cui gli arrivi dei rifugiati sono aumentati a dismisura e in pochi giorni ci siamo trovati in una situazione di totale emergenza. Abbiamo fatto il possibile per accogliere al meglio tutte queste persone. Uomini, donne e bambini che fuggono dall’inferno nella speranza di trovare un briciolo di serenità ed un futuro più dignitoso in Europa.

Esseri umani come me, che arrivano stanchi e spaventati in un Paese che non conoscono. Costretti a vivere in condizioni terribili e senza certezze su cosa riserverà loro il futuro.

Eppure, nonostante tutto, ho trovato in loro una forza ed una dignità che non potrò mai dimenticare.

Abbiamo cercato di rendere la loro vita più dignitosa, di dimostrare loro con piccole attenzioni che siamo tutti una grande famiglia, dove chi sta meglio aiuta chi sta peggio.

Questa per me è la solidarietà. Non so quanto sono riuscita a dare a questa gente, ma quello che ho ricevuto è inquantificabile.

Ritorno a casa con la certezza, se mai ce ne fosse stato bisogno, che accogliere sia un dovere morale, un atto di giustizia e non di carità. Senza eccezioni. In Grecia, in Italia e ovunque nel mondo. Ripartirò presto per Diavata e con ancor più entusiasmo, perché so che la mia famiglia è anche lì e mi aspetta. Ed io non li abbandonerò.

Alessandro

Maggio 2018

Cosa porto a casa? Conferme e novità. Saper che fare volontariato di questo tipo è pura utopia perché non si riuscirà mai a fare abbastanza, ma sarebbe come chiudere gli ospedali perché la gente continua ad ammalarsi. Ho visto quanta forza può avere un sorriso, quanto può cambiare la mia e la giornata degli altri e quante ferite può curare. Che le parole contano zero se non ci sono i fatti, perché il mondo cambia con l’esempio e non con le opinioni. Porto a casa soprattutto occhi nuovi ed è impossibile spiegarlo a parole. I rifugiati mi hanno donato molto più di quello che ho dato. Al prossimo viaggio.

Ana Qazimi

dicembre 2018

“L’esperienza nel campo è stata indescrivibile. Ho avuto l’opportunità di vedere due campi, quello di Vojochori e quello di Diavata. Due esperienze diverse ma entrambi intense. Purtroppo, non potendo entrare nei campi, abbiamo cercato di fare del nostro meglio per organizzare attività al di fuori, allestendo degli spazi dove bambini e ragazzi potessero sentirsi a proprio agio. Le attività sono diverse: educative (con lezioni di inglese, matematica) artistiche (musica, disegno, decoupage) e di movimento. C’era tanta voglia di fare tra noi volontari e un’energia positiva, resa possibile anche dall’ottima organizzazione del coordinatore. Le condizioni in cui i rifugiati sono costretti a vivere sono disumane e nonostante mi fossi informata prima, non avrei mai pensato che queste persone fossero abbandonate in questo modo. Tramite QRT siamo riusciti a dare spensieratezza ai bambini, sostegno ai genitori, e per quanto possibile un po’ di dignità alle famiglie. Un’esperienza che mi porto nel cuore, ogni sorriso ed abbraccio ricevuto sono un dono meraviglioso e una gratificazione inspiegabile a parole. Non vedo l’ora di tornare!”